Mi fermo a guardare fuori dalla finestra pensando alle mie parole e a quel che sono. Il sapore della pasto di mandorla a cui mi sono concessa come un’amante che tradisce la propria dieta, è ancora nella mia bocca, e non ho più la voglia di quella sigaretta che tanto desideravo qualche ora prima. La notte è un attimo di pace in cui il rumore della giornata si affievolisce per lasciare posto a quello della mia mente. Poche ore, forse 48, forse meno, due sole notti, due lunghi momenti in cui restare sola a girarmi nel letto trovando pace. La rabbia che mi fa stringere i pugni e ferirmi la mano, quella che mi spinge fuori dal letto per interpellare il frigorifero, come se potesse essere il risolutore dei miei problemi. Chiudo l’anta con rammarico in preda alla conta delle kcal e di quello che posso o non posso mangiare. Ma ormai è tutto all’aria, tutto saltato. Sono bastati pochi giorni, sushi, un bicchiere in più di vino e una carbonara per strappare in mille pezzi la mia falsa incorruttibilità. Riapro quella porta, così come vorrei che se ne riaprissero altre, trovando una risposta e nel cercare trovo solo wustel e un barattolo di maionese, che millanta di essere light. Seduta sul tavolo, Venere mi guarda oltre la finestra mentre raccolgo la maionese con quella che dovrebbe essere pollo. Sbalordita, disorientata, offesa, sbigottita, persa, arrabbiata, irrazionale, aggressiva, stupida, misera, addolorata, mortificata, pentita, ed il pentimento aumenterà quando l’acidità di stomaco inizierà a tormentarmi nel letto. Parole pungenti come spine, parole che affondano nella carne come lame, che mi lasciano senza fiato e che dico senza vita, anima o respiro, ma solo con la rabbia che vorrei mandare via. Parole. Le mie. Quelle sempre sbagliate. Sbagliate se sincere, sbagliate se di rabbia, sbagliate se profonde. La notte non ha silenzio in questo momento, perché il silenzio prende corpo durante il giorno, quando lo sento pesante che tenta di schiacciare tutto il frastuono che ho intorno, portando con se la mia labile attenzione e i miei sbadigli, causa di notti insonne o noia, frutto di quell’apatia che mi abbraccia stretta per non farmi andar via. Silenzio che vorrei fosse rotto, porte aperte, calore fra le mani e messaggi da lontano. Ma tutto tace e mi chiedo perché aspettarle e non riprendere i miei giorni, recuperare la mia attenzione, ritornare a me lasciando che il tempo passi portandosi via tutto quello che c’è ora, facendomi smettere di cercare parole che non avrò e dare scuse che non servono. Sarei capace ora di dire “mi dispiace” a chiunque, dimenticando le parole sentite e l’orgoglio ferito, in preda a questa consapevolezza e alla paura, capace di farmi chinare la testa e lasciarmi in un angolo. E intanto le mie considerazioni da psicologa da strada hanno ragione, come sempre.
orecchio assoluto
Le balze della sottogonna ondeggiavano al ritmo di quelle canzoni anni 50, sentite e scimmiottate mille volte chiuse in una stanza di ragazzine piene di poster e cuscini rosa. Le scene dei film, le battute degli attori, i ridolini adolescenziali per qui baci da mille sospiri. È stato divertente ed infantile ricanticchiarle ancheggiando qui e là tra pop corn e cocalcola. Oggi invece le mie canzoni “tristi” cantavano liberamente mentre la macchina mi portava verso il male, alla ricerca di uno spicchio di sole e un pizzico di calore fatto di abbracci e sorrisi. La radio poi mi ha ricordato di quest’evento mediatico che da sempre più tempo ignoro come il glorioso festival della canzone italiana. Da quando la gialappa non canta più (no quella era un’altra canzone), dicevo, da quando non critica più l’evento canoro mondano per eccellenza, io non lo vedo più, ed aspetto che le canzoni, quelle che le radio inneggiano come vere vincitrici, invadano le frequenze e mi rapiscano in un mondo tutto mio, fatto dei miei pensieri e i miei rimpianti, falsi, perché poi alla fine sono solo rammarichi e considerazioni di ciò che mi ha beffato, di quei giorni che mi hanno sbeffeggiato facendomi assaggiare il sapore di quell’attimo di parvenza di felicità. E così fischietto e poi mi impossesso delle rime e non più solo delle ultime sillabe di ogni strofa, per canticchiarla più sicura. Me le riascolto ora con una tazza di qualcosa che sa di cioccolato che fuma sotto il mio naso, ed il telefono vicino in attesa di una notizia che non vuole arrivare. Una volta era una tazza di latte e cioccolato, la pancia per terra, le caviglie incrociate ad ondeggiare a mezz’aria, il mio fedele diario e i suoi pennarelli, e lo stereo al mio fianco, con una cassettina vergine da 90 minuti, un’emittente e le mie dita su play e rec, e poi stop. La capacità di trovare nelle canzoni la propria vita, credo che sia un’abilità di molti, quindi non mi rende così unica, ma abbastanza banale, e la mia maestria nel rimuginare su troppa vita è un istinto innato, che non ha veramente bisogno di una assolo per scatenare tanto delirio. Zittirle alle volte è difficile, figuriamoci in questi giorni, figuriamoci ora. Però un modo l’ho trovato, l’hanno trovato: ricordare che poi infondo è passato così poco da quella neve, dal freddo e la desolazione di quei giorni e dalla serenità ritrovata seduta su quel treno. Eppure mi sembra così lontano. Possibile? Che sia come tutti gli eventi traumatici che spesso la mente tende a rimuovere riassaporando una sorta di gioia per la normalità riacquisita, per la neve vista cadere al di là di un vetro, tra risate amiche. Infondo anche quelle urla inspiegabili mi sembrano così lontane, ma poi sono passati appena due anni. Ma è giusto “appena”? il mio rapporto con il tempo è sempre più complesso e irrisoluto. Ma che canticchiavo seduta su quella sdraio?
I’m a little late
Il datario sulla sveglia, questa notte a mezzanotte passata, diceva che oggi è 15 febbraio. Infondo i giorni non sono importanti, la sveglia l’accendo la sera prima, e spesso la sera prima cambio anche orario per la sveglia, qualche volta neanche l’accendo, tanto a quell’ora sono sveglia, forse. Oggi è 15 febbraio, e forse lo sarà anche domani, ma non per la mia sveglia. Magari domani non ci saranno i palloncini a forma di cuore rosso agli angoli delle strade, e gli indiano gireranno con guanti o ombrelli al posto delle rose. Ma sarà sempre 15 febbraio. Magari domani avrò ancora la voglia di tonno piccante e quantità interminabili di sushi. E pensare che ieri avevo una voglia di pizzette rosse. Domani di sicuro avrò ancora questo gran freddo ai piedi, che continua a permanere nonostante i vari abbinamenti, incroci e sovrapposizioni di calze, calzini, scarpe e stivali. Il risultato non cambia, proprio come le moltiplicazioni. Il sole è tornato e i ricordi di quella che hanno allarmatamente chiamato neve, si stanno per perdere nei tombini, lasciando alcune strade solo invase da lastre di ghiaccio in attesa di qualche saggio pedone che decida di percorrerle (non è escluso anche uno di questi possa essere io). Qualcuno gira ancora con grammi fiocchi bianchi sul parabrezza, per mostrare scenicamente il miracolo di quest’inverno o magari sono sostenitori di Alemanno che convalidano le previsioni di bufere di neve a Roma e dimostrano che comunque la città è praticabile. Mi hanno raccontato che c’è chi ha parcheggiato l’auto sulla tangenziale, e che il giorno dopo ha trovato la multa, quel venerdì in cui io avrei tanto voluto tornare a casa. Mi rincuora notare che c’è una città intera che non è capace di tener testa alle emergenze e alle cattive notizie ma io sono qui. E sarò qui domani, forse non con il tempo per scrivere i miei pensieri, ne per guardare fuori da una finestra, se avrò una finestra. Ma domani sarà 15 e io ci sarò.
neanche le carote
allora non ci capiamo?
Assillo chiunque con la mia voglia di vedere la neve. Mi piace, mi è sempre piaciuta, mi fa venire in mente i giochi per strada, il pupazzo di neve con la carota al posto del naso e la sciarpa di papà intorno al collo, mi fa venire in mente in movimenti goffi dovuti ai pantaloni imbottiti e i doposci rigidi. Mi fa venire in mente quel bacio dato sotto l’ombrello, mentre nevicava, mentre io camminavo chiusa nella mia sciarpa, nascosta dal mio cappello e coperta da quell’ombrello gigante, sotto cui non si voleva riparare, perché sono bassa, o perché lui era troppo alto, e poi invece sotto quell’ombrello si riparò anche lui, solo per quel bacio, e io quell’ombrello la lasciai cadere, solo per quel bacio. Mi piace guardarla scendere e soave, mi lascio gelare la fronte sulla finestra per guardare fuori e restare ammirata da quello spettacolo, lo farei anche ora. Anche subito. Ho trovato un posto tutto per me proprio vicino alla finestra, ho un angolo da cui posso guardare fuori questi fiocchi bianchi che copiosi continuano a scendere da questa mattina. Eppure ho paura. La paura che mi sono portata fin qui ieri, la paura che mi sono trascinata nella vasca da bagno, con l’acqua calda, il bagnoschiuma alla rosa e le mie lacrime, la paura che qualcuno ha messo da parte parlandomi e distraendomi, paura che faccio sempre più fatica ad arginare. Le mie insicurezze stanno crescendo sempre di più, sembrano seguire in contatore dei miei anni, inversamente proporzionali alla spregiudicatezza con cui alle volte si affrontano le cose in altri momenti, altre vite, altre età. Temo i miei stessi presentimenti, temo il mio istinto e quella sensazione di abbandono in cui mi catapulto da sola. Stringo questo nodo in gola con la dolcevita, avrei preferito essere a casa mia, avrei preferito essere tra le mie montagne, avrei preferito avere il mio camino e la mia solitudine e non questa paura. Chiudo i capelli nel cappello di lana, quello grande con il pon pon a penzoloni, tiro su la zip del giaccone ed esco, un angolo vicino ad un lampione per vedere la neve che scende contro luce, una sigaretta in bocca, l’ennesima, quella di troppo, il naso all’insù, una boccata, una mano chiusa a pugno nella tasca della giacca ed un attimo di piace, un respiro: sono qui, un posto come un altro, nulla di più. E poi di nuovo il pensiero, il conto alla rovescia, la pianificazione della partenza, il ritorno, gli annunci allarmanti, le strade chiuse, i treni soppressi, gli 80km in macchina da fare tra le montagne, la neve ancora, il posto sul treno e la ciminiera della stazione termini. Io la neve vorrei vederla lì. Ma i miei vorrei sono sempre fraintesi…
e la sveglia a che serve?
Le giornate sono strane, alle volte quasi infinite. Come quella di oggi, lenta ed inesorabile in cui il tempo anche se passa velocemente, anche se sono già le 17,51 mi sembra comunque che sia presto, che ci voglia ancora troppo tempo perché finisca. Non so perché, è solo una delle tante sensazioni, dei fastidi che ogni tanto mi prendono come un prurito ad un braccio che non riesco a far smettere, neanche grattandomi, neanche assalendo la povera parte pruriginosa così tanto da farmi uscire il sangue. Mantengo questa calma apparente, residuo di una soave tranquillità con cui ho iniziato l’anno, facendo anche chiedere come mai. Poi l’imprevisto, quello drastico che mi manda in un panico repentino che argino a fatica, mi arrovello in cervello, il sangue pompa più velocemente, la voglia di una sigaretta sale, quella di andarmene ancora di più, ma non so mai dove. Tutto in poco, tutto veloce e poi la soluzione, la quiete e tutto riprende quel suo andamento a tempo di marcia funebre, asincrono dall’orologio che invece continua il suo progredire fregandosene altamente di me e dei miei pensieri, che sembrano viaggiare in un’altra dimensione, dove il tempo ha un’altra frequenza e io mi sento sempre nel momento sbagliato. Il posto sbagliato invece no, non mi sembra, forse perché non ci penso, forse perché mi sembra naturale e dovuto essere dove sono, perché non sono capace di vedermi od immaginarmi altrove, come se non potessi essere che qui, in un mondo fatto solo di quello che ho, in cui non posso far entrare nulla di diverso e non posso uscire per vedere qualcosa di nuovo. Una prigione strana a cui mi sono abituata o rassegnata; non lo so. Intanto l’orologio continua a cambiare i minuti e le ore, io faccio i miei calcoli, dove devo andare, dove devo essere e per che ora, e mi continua a sembrare troppo presto, ma presto per cosa? Alla fine arrivo in anticipo anche quando faccio le cose di corsa, anche quando insorgono gli imprevisti all’ultimo minuto, quando trovo traffico, o aspetto fino all’ultimo, già truccata e vestita, sul bordo del letto, prima di prendere la porta e mettere in moto la mia macchina. Io e il tempo non siamo mai andati d’accordo, è sempre stata una lotta continua, imperterrita, come se uno dei due dovesse dimostrare all’altro di aver ragione. Non odio più i venerdì, ma non amo neanche più i lunedì, vivo ogni giorno nella stessa maniera, guardando la mia agenda, segnando appuntamenti e cose da fare, lasciandomi guidare da lei nel modo e il tempo in cui occupare la giornata per lasciarla scivolare via, per arrivare fino al momento in cui stanca chiudo gli occhi non finendo neanche di vedere la conclusione della puntata del mio telefilm preferito, facendomi risvegliare appena un’ora dopo per spengere la tv e la luce e tornare a dormire, finchè all’alba, senza alcuna sveglia ne luce che entri dalle tapparelle, riapro gli occhi e ripenso che tutto ricomincia di nuovo, inutilmente.
non più trenta
(*bicchiere da birra lungo con base stretta)
