non più trenta

Il vestito nero di raso mi sta d’incanto. Lo porto sotto un lungo copri spalle di lana rasata, stretto sotto il petto dalla fusciacca del vestito con i suoi disegni acqua marina e verde. Il kajal nero è una sottile linea nera che allunga i miei occhi ed il rossetto rosso imita una moda tornata in auge. Tacchi neri, cappottino e guanti di pelle. Colori azzeccati e pochette stratta nella mano destra. Entro così nel locale in cui la festa è già iniziata da un’ora. Proprio vicino all’ingresso c’è un tavolo, con un uomo nascosto dietro i suoi capelli ricci a guardar fuori dalla vetrata. Sfilo lungo il bancone fino ad arrivare dalla festeggiata che si perde in discorsi e nel weizenbier* pieno stretto fra le mani. Strette di mani, baci e sorrisi su volti che vedo raramente; seduta sul bracciolo di un divano racconto delle novità e dei cambiamenti, ascolto buone notizie e meno buone, non lasciando adito alla malinconia. In piedi davanti a qualcuno che mi parla del suo salotto privo ancora di mobili, vengo urtata da una cameriera che cerca di raggiungere il tavolo invaso da piatti e bicchieri vuoti; ci chiediamo scusa reciprocamente e tornando a guardare il mio interlocutore, qualcuno alle sue spalle, in una fessura fra la folla, attira la mia attenzione. Di quell’uomo seduto all’ingresso del locale, continuo a vedere solo i capelli. Continua a guardare fuori dalla vetrata, ogni tanto porta un bicchiere alla bocca ma il suo sguardo resta fisso sulla strada finchè, forse, la mia curiosità non bussa alla sua spalla, e, forse, quella strana sensazione che si ha quando ci si sente osservati, lo fa girare, di poco poi in fondo, qualche grado, giusto per svelarmi il suo volto e fargli trovare i miei occhi. Sotto quei capelli ricci e disordinatamente ordinati ci sono due occhi scuri e profondi, una barba curata che incornicia il suo viso da cui spuntano labbra carnose e rosee. I miei occhi invece no, non restano fermi su quel qualcosa che tanto l’affascinano, ma tornano sul suo interlocutore e di nuovo riprendo a parlare con risposte neutre di quelle che dai consapevole di non aver capito nulla di ciò che si dice ma l’urgenza di manifestare la propria attenzione è tale da accennare almeno ad segno di assenso con la testa e una risata. Ma la tentazione è forte e di nuovo lo cerco in quello spiraglio tra le persone che ci separano, ma qualcuno si è mosso, proprio come a teatro, quando chi ti separa dal palcoscenico cambia posizione e ti priva di quel piccolo angolo di visuale che tanto era comodo per la tua posizione, e allora un passo, una sistemata al vestito per mascherare lo spostamento e ora si, lo vedo di nuovo. È tornato a guardare fuori, è tornato ai suoi pensieri. Mentre io inizio a camminare verso di lui, trovando spazio tra gli astanti senza perdere l’equilibrio. Ad un passo mi fermo per chiedere le indicazioni per il bagno, ho di nuovo a sua attenzione e mentre riprendo a camminare mi concedo un sorriso da mostrare ad uno sconosciuto che qualcosa e qualcuno mi ricorda, forse, o mi rammenta, di sicuro, il mio inesorabile legame con quel che è stato, un passato sicuro di cui non riesco mai a liberarmi. Non penso a cosa o come fare, la mia vita è così lontana da quei giochi da ragazzini fatti di sguardi e fughe in attesa di uno scontro, più che di un incontro. Penso a me, a risistemare il mio vestito con cura, al trucco riflesso nello specchio e ai capelli stretti nella coda. Poi di nuovo mi fermo davanti alla porta, per stringermi nel mio copri spalle cercando una sigaretta nella borsa ed aprire la porta. Alle mie spalle c’è lui che mi tiene la porta aperta, sorrido di nuovo in segno di ringraziamento. La mia prima parola è proprio grazie, quando mi offre lo zippo per accendere la sigaretta. L’odore della benzina o una strana sensazione di imbarazzo, non so quale delle due cerco di arginare ringraziando e guardando altrove finchè è lui ad indicarmi l’angolo vicino all’ingresso, dove un filo d’aria calda esce dagli scantinati sottostanti. Lo ringrazio di nuovo, prendo il suo posto e il tempo, questo strano freddo che non sembra freddo, il natale sotto tono, si intrufolano nelle nostre parole, nella sua voce bassa e la mia volutamente controllata, finchè la sigaretta non finisce e qualcuno mi viene a cercare. In pochi secondi i suoi occhi sono tornati al di là del vetro mentre mi ritrovo a parlare di viaggi a Londra e del freddo finlandese in una lingua in cui cerco sempre più sicurezza. Sono di nuovo al mio posto, vicino a quel divano occupato da pochi che continuano a tintinnare bicchieri mentre io gli do le spalle alle ricerca di quella fessura sul suo sguardo, dura il tempo di un secondo, il tempo di vederlo raccogliere le sue cose, dandomi le spalle, infilarsi la giacca e poi, girandosi per un attimo, sorridermi lì giù, vicino a quella porta, troppo vicino a quella linea di confine. Un secondo rapido e veloce, un suo sorriso di cortesia, un mio sorriso che nasconde una delusione, la delusione di perdere quelle strane sensazioni di un incontro tutto nuovo, quelle emozioni che sanno di nuovo, che mi lasciano. Mi resta solo il pensiero di quegli occhi, le riflessioni su come i miei gusti sono cambiati e la consapevolezza di non essere capace di dimenticare il passato.

(*bicchiere da birra lungo con base stretta)

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